#Incisione – #imperia – #di necessitá virtú

L’estate passata ho fatto un bellissimo corso di illustrazione con Linda Wolfsgruber dove mi sono state insegnate varie tecniche di incisione e monotipia.
Tra tutte, quella che più mi ha rapito è stata la classica punta secca.
Sentire la punta affondare nella lastra, il ricciolo metallico avvolgersi, rompersi, il polso dolere… e poi il grasso nero, spingerlo nei solchi, sporcarmi fino ai gomiti, …è stato come entrare nelle viscere del Disegno.
Nell’incisione accade un nonsochè di magico, si compie un’alchimia, un susseguirsi di gesti e passaggi delicati e primitivi al tempo stesso: graffiare, sporcare, ripulire, bagnare ..e poi la sorpresa di quando l’illustrazione uscirà dal rullo del torchio, l’emozione nell’attesa di una forma imprevedibile, come quando si stampava fotografie nella camera oscura; tutto questo rituale fa si che incidere e stampare sia un atto catartico, terapeutico, magico. Credo che il bello stia in quest’attesa e nella incontrollabilità di certi dettagli: il lasciar fare alla materia, alla casualità; so come entra, ma non so mai come esce il foglio dal rullo, l’errore si fa arte, beffandosi delle aspettative, e mi sentirei un ladro a predermene il merito.

Tornata dal corso il mio unico pensiero, chiodo fisso ormai, era “come conseguire un torchio”.
Come fare. Lo spazio in cui lavoro ristretto, le finanze non ne parliamo, i torchi giganti, pesantissimi, carissimi.
Giorno e notte a pensare a come avrei potuto costruire qualcosa di assomigliante.
Poi, poco pirma di natale, torno a casa di mia madre e entrando nella cucina dove ogni anno impasto kili di pansoti per le cene festive, vedo proprio lei, la piccola Imperia, vecchia macchinetta d’acciaio per stendere la pasta fatta a mano, e subito l’intuizione è galoppante.
In 5 minuti ho già sventrato un cartone del latte (il tetrapak si può usare come sostituto della piastra di zinco da incidere) trovato un cutter, e il tubetto di grasso avanzatomi dal corso. Abbozzo un rapido disegno, poche linee, lo incido, lo sporco di grasso, lo ripulisco e lo passo tra i rulli dell’Imperia, improvvisando il feltro con qualche panno vecchio.
Funziona!
La mia emozione è indescrivibile.
A mettere una bella ciliegina sulla torta è l’amico Antonio, che mi convoca per il pomeriggio seguente per parlarmi di una cosa: ha finito di scrivere il suo libro e vuole che glielo illustri.
Nascono così 7 piccole illustrazioni per il libro Diario, sette lasagnette di carta che saranno poi pubblicate il mese dopo.






#incidere

Ing.: Engrave – Sp.: grabar – Fr. graver
Dal francese antico ‘graver’ (XII sec) fare una riga nei capelli, tracciare su una materia dura incidendo.

Il solco nella materia é assenza,
materia asportata.
Un vuoto, tutt’altro che esente da un ruolo.
Mancanza piena e densa.
Sottratto, ma solo al patto d’esser sommato
al tratto.
Ferito.
E mentre graffio
sento.
Tattile segno, indelebile, grava sul supporto
come uno sfregio, un torto,
un gesto grave.

Esposizione degli alunni del mio corso di pittura

 

Dopo due anni passati insieme a dipingere, ridere, raccontarci e sviscerare emozioni, questo giovedì abbiamo inaugurato la mostra delle opere dei miei alunni del corso di pittura dell’Ateneu di Sant Cugat.

Questo corso é rivolto a persone disabili. Abbiamo lavorato soprattutto sulle emozioni, veicolandole attraverso l’ uso del colore, della comunicazione verbale e visiva, e in generale attraverso la creativitá e la condivisione.

 

É stata una grande emozione vederli presentare i loro propri lavori con orgoglio e soddisfazione.

#Espai Lleure

Uno spazio di svago.

 

Dal 2015 seguo un gruppo di disabili all’Ateneu di Sant Cugat, un centro civico che promuove attivitá sociali in un pueblo medievale a 20 minuti da Barcellona.
Quest’opportunitá di confronto con questo gruppo é stato e continua ad essere un importante finestra sui limiti e diversitá che caratterizzano ogni persona, al di la del giudizio.
Una pura esplorazione di possibilitá.
Mi ha offerto importanti spunti di riflessione sull’osservazione della realtá, i codici, i riferimenti, il congiunto di mporie e esperienze che costituisce il nostro bagaglio creativo/cognitivo.
Lavorare con loro sull’immagine –attraverso la pittura- mi ha sicuramente aperto nuovi orizzonti.
Cosa c’é in una mente confinata ordinaria (la mia) che limita l’espressione creativa giudicandosi costantpente?

Da sppre il mio dramma come artista e la mia sfida piú grande é quella di uscire dal soffocante attaccamento al realismo, la fedeltá al figurativo, e tutto ció che mi tiene noiosamente aderente alla visione rassicurante e scientificamente corretta delle cose.
L’eterna lotta del calcolo razionale -la mente analitica-, contro l’espressione spontanea -intuito e libertá.
Dietro a questo conflitto è evidente l’inibizione di natura culturale della sfera pozionale, che troppo spesso resta intrappolata nelle viscere invece che esprimersi e farsi arte.

Per disinnescare questo processo ho provato la meditazione, la marijuana, la psicanalisi, la mimesi, e forse altre cose che non ricordo, ma ancora sento la potenza tentacolare di questa specie di forza sovrannaturale che mi obbliga al realismo.
Rispetto e concordo con chi dice che bisogna assecondare la propria natura e non forzarsi in uno stile che non ci appartenga. Per tanto dovrei compiacermi con soddisfazione dei miei risultati figurativi e realistici.

Ma anelo al colore, a più colore; alla destrutturazione, la scomposizione, la sottrazione, la riorchestrazione, aspiro alla libertà del gesto, la morte del giudizio, la derisione e infine al gioco.

Voglio fare la pace con quella voce dentro di me che a ogni tentativo mi sussurra “non si può”.

Esplorare l’arco del possibile, superare il limite del passabile.

“El Perriposa”. Rosa

“Fiesta de las señoras de la limpieza”. Justo

“El Aguibelula”. Bilal

Ho deciso di esser io a imparare da loro.